Incroci n. 129

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La porta del retro della pasticceria è di legno scuro, il battente piccolo, appena socchiusa.

Dall’interno provengono profumi dolci e intensi, ma il corridoio, passaggio verso i garage e la fermata dell’autobus, è impregnato di fumo, odore acre che tutto copre.

Due ragazze, la divisa d’ordinanza da cuoco o pasticcere, copricapo compreso, fumano con evidente piacere. Aspirano profondamente, buttano fuori adagio, rilassano le spalle; una si siede su uno sgabello improvvisato, allunga le gambe, poi le riprende, le allunga ancora, le incrocia: è il piacere della pausa, breve ma intensa, libere di muoversi e di non far niente.

Ridacchiano, tra loro; hanno accenti diversi, nord e sud si mescolano parlando di dolci e tradizioni e amici e ragazzi e feste e chissà.

“Basta. Manca poco, sabato è il giorno della Befana, domenica mezza giornata e poi via, a trovare mamma e nonna, finalmente.

Non ne posso più di dolci e torte e ancora dolci piccoli piccoli come solo a Milano li vogliono. Pasticceria mignon, la chiamano. Non è neppure l’idea, del dolce. Quando finalmente capisci che potrebbe piacerti, l’hai finito.

Altro che le paste nostre, quelle del paese di mamma: di quelle in un vassoio ce ne stanno al massino sei, ma strette strette, eh.

Mamma dice che devo essere felice, che ho un bel lavoro, che faccio quello che mi piace e forse ha ragione lei, ho studiato proprio per arrivare qui, con questo cappello in testa.

Ma sono stanca, Natale una volta era la gioia della famiglia, erano bambini che urlavano e giocavano, era mangiare tutti insieme, discutere di calcio e di politica, giocare a carte, magari anche litigare, vincere e perdere.

Ora sono sola in mezzo alla gente, in pasticceria ci sono sempre tante persone, solo noi che sbattiamo e cuociamo siamo cinque, poi ci sono i commessi e i Signori, marito e moglie che hanno aperto la pasticceria ben quarant’anni fa. Poi ci sono i clienti, che ci guardano, che con questa pasticceria fatta moderna, anche noi che siamo lì a lavorare siamo in vetrina, perché i Signori dicono che il cliente deve vedere la genuinità del nostro lavoro.

Così sono sempre inappuntabile, o almeno ci provo, che se la Signora vede qualche patacca sulla giubba bianca non dice niente, eh, ma me ne porta una pulita e me le allunga col braccio teso, quasi avesse paura di sporcarsi solo sfiorandomi. Lo so io le fatiche che faccio, è sempre stato così, anche da piccola, sempre in disordine, sempre a sporcarmi, ma poi le cose giuste le ho sempre fatte, e le mie torte sono perfette, lo dicono tutti.

Oggi c’è ‘sta passione per le decorazioni, la glassa, i colori, l’architetto delle torte, ma la sostanza, la vogliamo guardare? Che il pan di Spagna sempre pan di Spagna, è. Ma l’amalgama delle torte mie, assaggiatele, voi, e poi mi direte.

Ecco perché resto qui, anche se sono stanca, se i ritmi sono massacranti, se a Natale ho dormito dalle due del pomeriggio fino al mattino dopo, da sola, a casa, dopo aver finito le ultime torte a forma di albero: sto qui perché ci sono loro, quelli che mi chiamano: <Ohi Marì, la torta agli amaretti, che bella figura mi ha fatto fare. Ora ne voglio un’altra, per il capo di mio marito, così il giorno di Natale non si dimentica di noi. Sei proprio brava.>

E allora fa niente se sei stanca, se hai paura che il sudore scenda dal viso, se le caviglie si gonfiano come se avessi sessant’anni, tu sei felice e vai avanti, anche senza la mamma, la nonna, i bambini che giocano, che poi li troverai, vero, Marì, li troverai da lunedì, uno a uno li andrai a trovare e giocherai a fare le torte finte, ma anche con i dinosauri e costruirai case, non torte, e laverai i vestitini delle bambole e magari l’acqua accoglierà anche le tue lacrime, che tanto si confonderanno, perché casa tua ti manca e il sogno di una pasticceria proprio lì, da mamma, a fare le paste grandi grandi, per dimenticare le mignon, per farci cadere dentro tutto l’amore che hai, per annegare nella dolcezza, ecco, i sogni sono lì, ma ora la sigaretta è finita, e anche l’amica tua di Milano la sigaretta l’ha finita e i sogni li ha anche lei, e tu gliel’hai detto, dai , vieni giù con me, ma lei non ce l’ha, il coraggio di andarsene, dice che lontano da Milano muore.

Chissà che ci troverà poi di bello, qui…”

 

 

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