Incroci n. 125

3

La strada assorbe ancora un po’ di calore dal sole di ottobre.

Macchine parcheggiate ovunque lasciano poco spazio a chi da sempre si muove a piedi.

È domenica. L’uomo coi sandali, le calze e la tunica lunga fino ai piedi, esce dal negozio che vende tutto, dal pane alla carne, dalle spezie alle bibite, e persino poca frutta e verdura, in una cassetta appoggiata subito dietro la porta.

Il capo coperto, le spalle leggermente abbassate, il peso degli anni, che si vedono nella barba spruzzata da peli bianchi, si fa sentire proprio ora, quasi a mezzogiorno di una domenica d’autunno che non vuole dimenticare l’estate.

<<Correre. Devo correre.

Sono rimasto a parlare col mio amico Tahied, viene dal Marocco come me, anche se io vivevo sulla costa e lui dentro, tra rocce e deserto. Si trova bene, qui, dice che il clima è proprio quello che gli piace. Io sento la mancanza del caldo, quello vero, forte, che entra nelle ossa. Sento la mancanza dei profumi, delle spezie, della lingua di mia madre, del sudore della pelle, del mare, del cielo, persino dei discorsi del Re. Noi che abbiamo un Re illuminato, li guardiamo senza capire, questi democratici che ci ospitano ma ci sputano addosso senza farsi vedere.

Abitare qui, in un quartiere-ghetto, non ci aiuta. Ma qui posso trovare conforto, ogni tanto, tra amici. Non sono sempre d’accordo con loro, ma in quel negozio mi nutro di nostalgia, di speranze, di sogni.

A casa, mia figlia e mia moglie parlano in italiano, mia figlia ride della televisione italiana, con le amiche di scuola italiane. Mia moglie va alla scuola serale e impara, legge, è felice. Non lo è, sempre, con me. Mi guarda con occhi tristi, a volta con rabbia.

Io non capisco, esco, vado da Tahied, le compro quello che vuole, ma ora non so più quello che vuole. Ieri cercava i funghi porcini secchi, all’Arci del quartiere fanno un corso di cucina milanese e lei ha imparato a fare il risotto. Sta organizzando un corso di cucina marocchina per le sue amiche di Milano, come le chiama lei, e vuole che l’accompagni.

Ma io non ci sto. Io mi vesto come si vestiva mio padre, prego come pregava mio padre e come pregava mio nonno. Non la riconosco più. Ho paura, poi mi arrabbio, poi ho paura di nuovo. Ho paura di me stesso, ho voglia di rinchiuderle in casa queste donne della mia vita.

Guardo Gioia, la figlia che mia moglie ha voluto chiamare così per per farmi credere che saremmo stati felici, qui. Guardare Gioia, ricordare i suoi primi sorrisi, le sue manine. Ora ha mani lunghe e le piacciono anellini di vetro colorato. Le sue amiche ne hanno di uguali, e lei ride, mi guarda, ride. E mi chiede di togliere quel vestito lungo che io amo perché mi riporta a casa.

Non so più cosa fare.

Corro, continuo a correre. Piccoli passettini veloci.

Aiutatemi, donne mie.

Papà, hai mai chiesto aiuto alle tue donne?>>

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