Incroci n. 121

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Sul tavolo un piatto di porcellana bianca col bordino dorato e un cestino di paglia con un tovagliolo di carta bianco a raccogliere il pane, tagliato di fresco.

Nel piatto, acciughe dalle venature trasparenti, la carne scura, robusta, lunghi filetti che chiamano la saliva dallo stomaco, il profumo dell’olio buono, dal colore del sole, a raccogliere la voglia di spuntino.

Sono mani da lavoro, quelle che adagiano i due regali proprio sul tavolo di casa. Sono unghie senza smalto, dita coi tagli della fatica, rughe sulle nocche. Le maniche della camicia sfiorano i gomiti e risaltano la pelle, scura dal sole, crespa, dura.

L’altra donna, in pareo e pelle abbronzata, i lineamenti distesi dal riposo, guarda il tavolo.

 

“La lingua ci divide, nonna Iva.

Non sapevo neppure che da te si parlasse un dialetto così strano. Pensavo di cavarmela col mio inglese e invece tu parli tedesco. E croato. Io so solo dire grazie (hvala) e buongiorno (dobrojutro).

Così è iniziata la storia di noi due. Due anime così lontane, generazioni diverse, e tutto che ci divide, città e paese, campagna e strade asfaltate.

Tu parli, hai sempre parlato, fin dal primo istante; quando ti dicevo che non capivo (e tu non capivi cosa ti stessi dicendo) facevi sì con la testa e ridevi, ridevi.

Ridi mentre mi fai vedere un tavolo ricco di verdure: peperoni, pomodori, melanzane. E un piatto di fichi. Non capisco, ma tu mi prendi le mani, mi giri le palme all’insù e le riempi di verdura: soda, fresca, profumata. C’è anche una cipolla, rossa e pesante.

Io continuo a dire no, ma tu continui a muovere la testa, su e giù, su e giù. E dici: “Da, da, da!”. Ora ho imparato anche il sì, in croato. Mai avrei detto che fosse come il russo.

Prendo le verdure ma tu ridi ancora e mi trattieni, hai una forza inimmaginabile, in quelle dita lunghe, secche, tanto simili a quelle di mia nonna pochi istanti prima di morire. Stringi forte il mio braccio e mi allunghi il piatto con i fichi. Imbarazzata, sorrido. Poi, presa da un impulso sentimentale che arriva dritto dal mio passato di nipotina, mi avvicino e ti bacio.

È allora che lanci un urlo che fa uscire sul terrazzo tua figlia e tua nipote, mezze svestire e spettinate, forse erano a riposare per il pisolino del pomeriggio, hanno sguardi spaventati, finché non ti guardano: una bella vecchia signora, con una gonna rossa, larghissima, a pieghe, e una camicetta nera con rose rosse enormi, a riflettere il rosso delle tue guance, a far risaltare il bianco di quei tre denti davanti che brillano nella tua risata, stridula e acuta, come quella di una bimba. Batti le mani proprio come i piccoli che scoprono qualcosa di bello, all’improvviso. Forse tu non ricordi neppure perché sei felice, ma lo sei e tanto basta, a tutti, per esserlo con te. Quattro donne, tutte e quattro a darsi piccoli buffetti con mani delicate, a cercare col contatto fisico quel contatto che la lingua ci impedisce ma che i cuori anelano.

Salgo nella mia stanza e non trovo nulla da poterti regalare, non riesco a scoprire niente che potrebbe piacerti. Poi, nella parte più nascosta di un cassetto, spunta l’angolo di una sciarpa di seta, nera, ma con tante rose rosse: capisco che è già tua, e scendo di corsa.

Te la metto al collo, e tu parli e ridi e chiami e ridi e parli ancora e tua figlia e tua nipote ridono con te e tutte e quattro stiamo bene.

Ritorno in camera, domani parto, speriamo di riuscire a portare a casa la verdura, mai vorrei che si dovesse buttare, sono certa di riuscire a trarne una ratatouille o almeno un risotto.

Bussano alla porta: ancora le due donne più giovani, ancora regali: un gran piatto di acciughe, sott’olio. Messe con garbo, un disegno che sa di sole, e loro che ancora sorridono e in un misto di inglese e italiano mi spiegano che le acciughe le ha pescate lo zio, che l’olio lo fanno loro, che devo mangiarle col pane, che mi hanno portato già affettato.

Cibo per il corpo, ma come sta bene anche il mio cuore.

Nessuna lingua riesce a tradurre questo stato di pace: l’olio, le acciughe e il pane, sapore forte, poi pizzica, poi sentire il miscuglio di sapori scendere giù provoca la scarica di benessere.

 

Ora lo scrivo in italiano il mio grazie e l’amore per tre donne che ho lasciato là, su un’isola.

Ve lo spedisco, il mio amore, che prima o poi riuscirete a tradurlo, a nonna Iva: vorrei che lei ridesse, delle mie parole.

Vorrei sentirla ancora, ditele di aspettarmi, l’anno prossimo torno.”

 

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