Incroci n. 119

collo

È quasi mezzanotte e in tanti rientrano, riempiendo i vagoni della metropolitana: amabili anziane chiacchierone, giovani adolescenti che ridacchiano e si spintonano, stranieri in visita di lavoro e turisti con zaini pesanti. Coppie, anche. Chi stanco si siede e aspetta con ansia l’arrivo a casa, chi mantiene le distanze, chi si lascia andare e appoggia parte del corpo sul compagno.

Due persone di età differente arrivano gesticolando e chiacchierando con fervore.

Lui ha i capelli grigi ma corpo atletico e abiti che scendono perfettamente. Ha modi garbati, riscuote interesse anche solo grazie ai movimenti del capo, che fanno ondeggiare i capelli.

Lei, alta, adolescente, lunga ed eterea come le donne di Modigliani, avvampa e poi torna bianca, in volto, ad ogni frase che riesce ad infilare tra quelle ben costruite di lui.

Le sue mani hanno movimenti automatici, il pollice della destra sfrega i polpastrelli della sinistra, poi comincia un lavoro all’incontrario, ricomincia con l’indice e via così, fluttuare che risalta la bellezza delle dita lunghe, perfette come solo prima dei vent’anni si possono vedere.

Intorno a loro, una bolla di silenzio, calamite paiono mandare lontano le parole insulse di telefonate ricche di niente. Diventano loro il centro di quei sedili che chiudono la carrozza.

“Io lo amo e lui parla di teatro. Io lo amo e lui si ferma per dieci minuti a raccontarmi come andava recitata quella scena. Io lo amo e lui mi dice che non ama Shakespeare. Io lo amo e lo odio, ma odio me stessa perché non riesco a dire niente che non sia <<sì, perché anch’io, sai>> <<Io vorrei, certo>> <<Tu non sai cosa si prova>>; va meglio, ma dovrei rischiare e invece di martoriarmi le mani, facendone puro movimento, come mi insegnava l’insegnate di ballo, anni fa, potrei buttarmi, allungarmi verso di lui, stringere le sue, grandi e forti e fargli sentire la mia, di forza, che certo non immagina, dietro la mia magrezza. Io lo amo e vorrei il suo respiro vicino al mio, la sua barba su di me. L’ho visto per un breve istante, il suo sguardo sul mio collo nudo, lungo, libero da capelli o collane. Subito ha spostato la testa, facendo dell’aria del vagone onda cenere e bianca, onda di profumo di sé, onda che per me è la sola che mi possa far galleggiare.

Tremo, e questo tremore si coglie nelle mie mani. Tremo e vorrei che lui vedesse che tremo per lui. Fremo. Respiro con lui o non respiro per niente, dimentico di vivere per incantarmi ai suoi suoni, nei suoi movimenti, nella sua rabbia repressa.

Ancora tre fermate e lo lascerò. Vorrei avere il coraggio di non alzarmi. Ancora tre fermate. Butto gli occhi tra i peli grigi della sua barba. Mi avvicino e respiro forte, come se lui fosse aria.

Lo amo di amore impossibile. Lo amo di gioco pericoloso. Lo amo e scendo, senza neppure sorridere.”

“È andata. Non la vedrò fino al prossimo spettacolo. Benedetto l’abbonamento a teatro.

La amo e vorrei dirglielo. La amo e invece riesco solo a buttarle addosso la mia paura sotto forma di disgusto per un teatro che al massimo mi è indifferente. Ho creato le mie storie, ho creato una vita dietro di me per allontanarla. Ma la amo e non ho coraggio. Ai miei tempi, che non sono i suoi, si diceva che chi non ha coraggio non ama. Amo e sono vile. Ma sono certo di amare.

Ancora una fermata e arriverò a casa. Stanze buie, silenzi coperti da un leggero russare. Le scelte di un passato troppo lontano mi chiudono in una cella senza sbarre. Attivo l’allarme, quasi abbia paura di scappare, la notte, via da ciò che devo fare, verso ciò che vorrei.

Amo e sono vile. Fino alla prossima volta raccoglierò le forze.

Amerò, senza viltà.”

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