INCROCI N. 68

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Il tetto di una vecchia casa, le tegole color ruggine e due uomini che camminano sul piano inclinato, liberi, come due equilibristi, sagome scure in contrasto col cielo blu.

In basso, una donna appoggiata alla portiera di un camioncino, a sorvegliare il materiare edile che è stato traportato fin qui.

Ha lo sguardo serio e concentrato sui due uomini. È immobile, tutto il corpo teso verso l’alto.

“Giuseppe, stai attento. E anche tu, Giorgio. Ricordatevi che io sono qui, vi guardo, non fate imprudenze. Il tetto da riparare va bene, ma la vita, la vostra vita, per me vale molto. Tu, Giuseppe, sei la forza dei miei giorni, la gioia del mattino, lo sguardo che cerco quando sono stanca, il sorriso della fine del giorno e la carezza delle mie notti. Da quando lavoriamo insieme ci dedichiamo anche a noi, di più, molto di più, riconoscendo i nostri cali, le nostre paure. Prima, di te sapevo meno e vivevo meglio, sai? Ti trovavo a sera e tu mi portavi solo la gioia del giorno, mai le ansie, solo gli episodi buffi che vedevi solo tu. Io vivevo ignorando le tue difficoltà, che ora vivo con ansia. Ho paura, Giuseppe, quante volte te l’ho detto che sui tetti ci devi andare con l’imbracatura?

E tu, Giorgio, la faccia della nostra mamma, ogni tuo sguardo mi riporta lei, sembra proprio che mi dica che mi devo occupare io, ora, del mio fratellino.

Mi raccomando, ragazzi, mi raccomando.”

 

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