INCROCI N.13

Smart_ForTwo_Twinamic_prova_su_strada_22
“Tu, tua madre, tua sorella e anche tua suocera: siete tutte zoccole!”
La frase si sente perfettamente. La Strada Statale Comasina, nel punto preciso in cui arriva al cartello Milano, è immobile e silenziosa. Tutti in coda, anzi, in due code. Ed è proprio dalla seconda coda laterale, quella che arriva dalla Superstrada e si deve immettere in una colonna già formata, che arrivano le scorrettezze, i sorpassi dei sorpassi, le sgommate e le rabbie improvvise di chi non accetta gli intoppi che decreteranno un inevitabile ritardo.
La ragazza della Smart, giovane e truccatissima, sorpassa le due code e si infila in un piccolo spazio che una signora non giovanissima ha lasciato tra lei e la macchina davanti, complice un telefono che squilla.
Nessuno riesce ad individuare l’autore dell’invettiva buttata con rabbia verso la Smart.
“Sarà anche un insulto sessista, ma avrei voluto dirglielo io, dove crede di andare, noi chi siamo, i più stupidi? Che se cominciamo così la mattina, chi ci arriva a sera? Oggi poi ho anche i revisori dei conti, speriamo sia tutto a posto, quelli sono capaci di cercare le magagne più piccole, scoprono tutte le imperfezioni di un lavoro che dovrebbe essere perfetto e non lo è mai. Ma come si fa a essere perfetti? Io non ci riesco. Ora so che non ci riuscirò mai. E pensare che un tempo ero sicuro di essere il migliore. Ma il migliore di chi? E perché? Per lavorare, lavorare, lavorare e poi trovare La Luisa a casa che ti dice Ciao, me ne vado, tu non ci sei mai, io non ci posso più stare, con te. Ecco, chissà quella con la Smart chi farà diventare matto, stasera. Perché sono tutte così, ti fanno diventare matto, e tu lavori, per non cadere nella loro rete.”
“Subito a offendere. Chissà cosa vogliono dire. Che poi, se ci sono le zoccole, è perché loro le vogliono. Chissà se Sergio le frequenta. Magari le ha frequentate in passato, magari le frequenterà ancora. Con me, però, è gentile. Mi ha mandato un messaggio. L’ho letto e mi sono incantata. Non mi interessa della coda. Se dovessi arrivare in ritardo, pace e amen. Intanto a me mandano bei messaggi, la mattina. Persino con la foto di un fiore. E anche una bella musica. E invece, al mio capo, se va bene gli mandano la lista della spesa che dovrà fare prima di rientrare stasera. Io stasera sono a cena fuori. Polenta e funghi. Con Sergio. E poi chissà.”
“Sì, insultami. Ma tu non lo sai che quel pazzo che mi ha fatto un contratto per trecento euro al mese pretende che sia là sempre alle otto in punto, altrimenti urla e mi insulta e mi tratta malissimo perché ai suoi tempi chi stava imparando a lavorare doveva essere puntuale e stare zitto. Imparare? Fare fotocopie di tutto quello che gli serve e poi mandare fax e mettere via le carte. Mi sfruttano per i lavori che non piacciono a nessuno. Che lui, magari, essendo il titolare, potrebbe anche aver ragione, ma quella vecchia arcigna e rigida che non vuole muoversi dalla sedia e mi comanda a bacchetta? No, non imparo niente, se non a moderare il mio carattere, a mangiarmi la lingua fino a farla sanguinare e far finta che vada tutto bene. E se mi ribello alla coda mattutina cercando di fregare anch’io qualcuno, ogni tanto, va bene, insultami pure, chissenefrega, intanto io il semaforo l’ho preso verde e tu sei là, indietro.”

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