INCROCI N.1

A piedi, uscendo da via Maffucci, si incrocia viale Jenner. La fila di macchine è ferma e lunghissima.

Una sguardo alla station wagon nera, giapponese.

Alla guida un uomo sui quarant’anni in giacca beige e camicia rosa, pochette rosa nel taschino e sguardo duro, dritto davanti a sé. Due profonde rughe diagonali arrivano all’inizio del suo naso, illuminate implacabilmente dall’ultima luce del sole, che certo lo infastidisce, ma la concentrazione sui suoi problemi gli impedisce di accorgersene.

Da fuori si percepisce una musica costante, poca armonia e tanto tump-tump, a ritmare una giornata come tante altre.

La faccia delle due donne che sono con lui, però, non fa pensare a una giornata qualsiasi.

Quella seduta al suo fianco, perfettamente truccata, capelli lunghi dal colore impeccabile, ha il viso girato verso il finestrino laterale, la fronte quasi appoggiata al vetro, lo sguardo immobile a non guardare, immersa in chissà che. Niente di buono, viste le lacrime che le scorrono sulle guance.

Dietro, grigia nei capelli e negli abiti, la mamma. Dai tratti, la mamma di lei. Dallo sguardo, ha le stesse tristezze della figlia.

Chi li vede, immagina.

Un lui che non sopporta più la gabbia in cui si trova, costretto da una scelta di vent’anni prima ad un tran tran che non appartiene al suo cuore. Si era illuso che la vita “normale”, matrimonio-lavoro-famiglia, sarebbe stato l’alveo naturale per la sua felicità, ma non l’ha mai incontrata, nonostante le regole che aveva deciso di seguire. Ora, che le regole scricchiolano (la collega giovane che gli lancia segnali è certo causa degli scricchiolii), vede con occhi diversi la donna che siede al suo fianco e certo con una sorta di rabbia anche quella dietro, che sente come un macigno di responsabilità nella sua vita. Ma ora si cambia, ha preso una decisione e l’ha comunicata, e ora si agisce, finalmente verso la libertà.

La moglie si sente in colpa, sola, brutta e non amata. Avrebbe dovuto imporsi, impedite quella scelta forzata, ma impedire anche alla mamma di interferire così tanto nella sua vita. Non essere mai riuscita a recintare la sua vita, a crearsi spazi davvero liberi, la porta anche ora a fare qualcosa in cui non crede, al solo scopo di far felice lui, sperando in una riconciliazione e in un nuovo vivere ricco di emozioni. Se le ricorda ancora le emozioni che lui riusciva a farle provare, insieme ai brividi lungo la schiena. Si sente troppo giovane per non riprovarci.

La mamma pensa e odia. Risentimento e rabbia. Dentro di sé una lunga lista di cose che potrà fare per fargliela pagare. Le hanno detto che il posto è bellissimo e che sarà solo per qualche mese. Ma lei lo sa che la vogliono abbandonare là. Non gliela farà passare liscia. Li chiamerà ogni giorno, ogni ora, li farà sentire in colpa.

Un colpo di clacson e la fila si muove. Lui distende la fronte, entrando in uno spazio d’ombra. Vede un futuro. Non necessariamente con la collega. Guarda la ciocca di capelli di lei, che sfugge al nastro che porta da anni a tenere in ordine una capigliatura ribelle. Istintivamente allunga una mano, accarezza il suo gomito.

Lei la stringe forte ma non lo guarda.

La mamma sospira e giura a sé stessa che non li lascerà vivere felici.

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